Una ricerca descrive il rapporto tra le dimensioni dei cicloni tropicali e il numero di tornado che questi sono in grado di scatenare una volta raggiunta la terraferma

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Gli uragani, i violenti cicloni tropicali che si formano nel bacino dell’Atlantico, quando investono il Nord America sono in grado di seminare distruzione e morte in diversi modi: violentissimi venti, piogge torrenziali, imponenti ondate di marea e, in ultimo, anche l’improvvisa formazione di tremendi tornado (grandi e violente trombe d’aria) che spesso accompagnano il passaggio della tempesta sulla terraferma. Il recente cambiamento climatico ha quindi modificato, assieme ad abitudini e caratteristiche degli uragani, anche intensità e frequenza dei catastrofici eventi a essi collegati. In particolare una ricerca, pubblicata nel 2010 sulla rivista Geophysical Research Letters, per la prima volta ha quantificato la relazione che lega dimensioni e intensità degli uragani che attraversano il Golfo del Messico e numero di tornado che questi sono in grado di scatenare. In effetti, mentre è noto da molto tempo che una volta raggiunte le regioni costiere gli uragani sono capaci di scatenarne la formazione, la mancanza di dati relativi ai tornado in gran parte delle regioni che si affacciano al Golfo del Messico per il periodo antecedente alla creazione della rete NEXRAD (una rete costituita da circa 150 radar doppler che coprono l’intero territorio degli Stati Uniti continentali, operativa dal 1995) aveva impedito fino ad ora la creazione di un database di lungo periodo.

Ricercatori del Georgia Institute of Technology hanno però creato un nuovo modello che finalmente sembra poter sopperire a tale lacuna. Il modello da essi ideato prende in considerazione quattro indicatori dell’attività di tornado generati dai cicloni tropicali che investono le regioni costiere: dimensioni e intensità della tempesta, luogo del suo impatto con il continente e tasso di umidità delle correnti atmosferiche che a quote medie confluiscono nella tempesta stessa. I cicloni tropicali più violenti, nell’addentrarsi sulla terraferma, sono in grado di generare più elevati valori di wind-shear (un parametro che misura la variazioni di intensità e direzione del vento con la quota), situazione questa maggiormente favorevole alla formazione di tornado. Se la tempesta è di grandi dimensioni, la marcata variazione del vento con la quota arriva a interessare regioni piuttosto vaste, aumentando così la fetta di territorio fertile alla formazione di tornado che in effetti si presentano in numero maggiore.

La formazione dei tornado è favorita anche dalla presenza di aria secca a quote medio-alte: ecco perché diventa importante analizzare il contenuto di vapore acqueo delle correnti che in quota confluiscono nella tempesta. Gli scienziati hanno applicato il loro modello a più di 100 cicloni tropicali che, dal 1920 al 2010, hanno investito le coste americane affacciate sul Golfo del Messico. Sono stati confrontati in particolare i periodi del Dopoguerra di maggiore attività delle tempeste tropicali in tale regione, ovvero l’arco temporale 1948-1964 e l’ultimo quindicennio.

I risultati mostrano che a partire dal 1995, ovvero da quando è tornata ad aumentare la frequenza media degli uragani nel Golfo del Messico, questi si sono rivelati anche di circa il 35% più grandi rispetto al periodo 1948-1964, e quindi in grado di produrre un mero medio di tornado più che doppio, 15 per tempesta contro i 6 per tempesta del periodo precedente. Insomma, aumentando le dimensioni degli uragani è aumentata anche la superficie di territorio su cui questi, quando raggiungono le regioni costiere, sono capaci di scatenare la furia dei tornado, che per di più possono formarsi fino a due giorni dopo l’arrivo della tempesta e anche ad alcune centinaia di chilometri di distanza dalla costa.

Nel recente passato il modello è stato anche utilizzato, con ottimi risultati, per cercare di prevedere il numero di tornado associati ai cicloni tropicali che si accingevano a investire le coste degli Stati Uniti: in particolare nel 2008 ha previsto l’esatto numero di tornado (33) scatenati dall’uragano Ike (nell’immagine della NASA l’uragano fotografato dalla Stazione Spaziale Internazionale) e nel 2005 ha sottostimato di appena due unità il numero di tornado associati all’uragano Katrina, prevedendone 56 anziché gli effettivi 58.

© Andrea Giuliacci